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DOMENICO GNOLI: FENOMENI DEL SENTIMENTO

01/15/2022 19:57

Gabriele Romeo

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DOMENICO GNOLI: FENOMENI DEL SENTIMENTOFondazione Prada, Milano.

[…] Gnoli, al pari di molti altri protagonisti dei nostri giorni, non è alla caccia di essenze celesti, di divinità inaccessibili; vuole al contrario operare il riscatto più aderente e integrale del nostro <<esserci>> esistenziale, delle cose concrete e materiali, ma si deve poi constatare che questo riscatto integrale delle cose materialmente esistenti sa caricarsi di una stupefazione non inferiore a quella concessa dalle più alte idee metafisiche.

 

Renato Barilli, Catalogo della mostra “Domenico Gnoli”, Galleria Il Centro, Napoli, (1967).

 

Il succitato e suggestionante pensiero di Renato Barilli rivolto a Domenico Gnoli si conclude con un riferimento esplicito alle “idee metafisiche”. Lo spazio metafisico sembra essere dominante in quella ambientazione neo-rinascimentale che Gnoli ideò tra il 1957 e il 1958  per il modello scenografico The Lily of Toledo Ballet (The Spanish Ballet). Un paesaggio che si svela in una suddivisone spaziale citando la forma del trittico e al suo interno edifici che sembrano evocarne gli ideali estetico-visivi dell’architettura albertiana (Leon Battista Alberti), portando in rassegna i precetti di Piero della  Francesca, oppure l’evidente pianta poligonale che richiama - con la sua centralità prospettica - i due edifici centrali raffigurati nelle due pale che portano entrambe il titolo Lo Sposalizio della Vergine, eseguite rispettivamente da Perugino, tra il 1501 e il 1504, e da Raffaello,  nel 1504.

 

“Cominci a guardare le cose e sembrano normalissime, come sempre; ma poi le guardi ancora per un po’ e vengono coinvolti i tuoi sentimenti, e questi cominciano a cambiare le cose e vanno avanti finché non vedi più la casa, vedi solo loro, voglio dire i tuoi sentimenti. Prendi per esempio alcuni di questi quadri moderni dove non si capisce niente: sono un casinò perché rappresentano solo sentimenti vaganti senza darti un’idea del perché… Al contrario, in quasi tutti i quadri vecchi, vedi per esempio una casa, o un cavallo, ma vedi solo quello e i sentimenti sono stati lasciati fuori dalla cornice! Il mio sistema ha il vantaggio di mostrare le due cose: la casa o il cavallo, e accanto a questo, i sentimenti lasciati liberi, proprio in mezzo al foglio”.

 

Domenico Gnoli, Lo chiameresti surreale?, (1968).

 

 

Dal pensiero dell’artista sopra enunciato si comprende quanta necessità lui avesse nel creare visivamente dimensioni di sfondamento  mentale che potessero riuscire ad espandere la sua cognizione percettiva dell’ oggettualizzazione per dar così libero sfogo alla ricerca del sentimento emotivo. 

La creatività dei dipinti inscritti in quella produzione artistica prodotta in tutto il decennio degli anni ’60, è silente, sordida, avvolta da una atmosfera di riflessione e di contemplazione meditativa.

Ne possono essere esempi gli oggetti di arredo e di consumo, quelli che lo hanno accompagnato nella vita quotidiana, dal Sofa (1968) alla Vasca da Bagno (1966), gli accessori della moda, da Papillon (1969) a tutte quelle prospettive macroscopiche del dettaglio demarcato e resettato dal Brand specifico proprio della “Pop art”. 

Mentre quei patterns fitomorfi ad uso mimetico per le decorazioni dei tanti copriletto, trapunte e tapezzerie, avvolgono i corpi in morbide pieghe, sublimandone le azioni della sorpresa spiata, curiosata, sconosciuta. Quanto appena esposto è quello che possiamo riscontrare fruendo dell’opera intitolata Due dormienti (1966).

Da una mia analisi, con molta probabilità, la sua diaristica forma di raccontare il sentimento dell’oggetto, cantonando il contenuto pop-artistico del consumo, ha una genesi fenomenologica di fase esplorativa, essa è geolocalizzabile sull’introspezione dei comportamenti umani e sociali che sovente con arguta minuzia, egli osservava.

 

“La scorsa estate ho avuto l’opportunità di fare un lungo viaggio in America Latina. Partendo dal Guatemala, ho viaggiato lungo la costa Pacifica fino all’Argentina, poi, seguendo la costa Atlantica, sono tornato in America Centrale circa tre mesi e mezzo dopo la mia partenza”.

Questo era il tempo che avevo a disposizione, così sin dall’inizio ho deciso di seguire una precisa linea di interesse che mi avrebbe permesso di concentrare l’attenzione sulle persone e sulle loro vite da un punto di vista insolito, in un certo senso. L’idea di cercare quei giochi tradizionali ancora vivi nonostante la popolarità degli sport di importazione come il calcio, la boxe, ecc. mi attirava perché era forse l’occasione giusta di osservare dall’interno i paesi che intendevo visitare”.

 

Domenico Gnoli (1960).

 

Nato a Roma nel 1933 e morto a New York nel 1970, è stato un faro per le arti mediatiche proprie delle arti visive, capace di relazionare la tradizione pittorica del realismo mettendola a fianco alle trasformazioni linguistiche e tematiche degli anni Sessanta. Con i sui disegni, pagine e narrazioni, Gnoli è presente con più di cento dipinti e duecento tra disegni schizzi e documenti alla mostra a lui dedicata, allestita nei due livelli del Podium presso la Fondazione Prada a Milano. Il progetto espositivo è una eredità del compianto Germano Celant, mancato nell’aprile 2020.

 

 

fotografie, video e testo:

© gabrieleromeo.it

 

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